Il dibattito sulle staminali ha ispirato lo spettacolo ’Staminalia: a trial and a dream’, organizzato a Lisbona alla fine del congresso EsTools, che ha di recente riunito studiosi impegnati nella ricerca sulle cellule staminali embrionali. Del debutto si parla sulla rivista Nature in un articolo di Giuseppe Testa, esperto di staminali dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano. Lo spettacolo, tratto dal libro di Armando Massarenti ”Staminalia, le cellule etiche e i nemici della ricerca”, è stato scritto e diretto da Valeria Patera e sarà presto realizzato anche in versione italiana. Lo spettacolo, che invita a riflettere su temi etici molto importanti, consiste in un dialogo fra una ricercatrice che lavora sulle cellule staminali (ispirata a Elena Cattaneo, direttrice del laboratorio sulle staminali dell’Università di Milano) e sua figlia, religiosa fondamentalista.
Nel 2007 ha dimostrato per primo la tecnica per riprogrammate artificialmente cellule adulte, i fibroblasti, eriportandole indietro fino a uno stadio embrionale e ottenendo così le cellule iPs, dette anche “bambine” o pluripotenti indotte, capaci di produrre a loro volta nuove cellule specializzate: il professor Shinya Yamanaka, dell’Università di Kyoto, ha ora ricevuto il premio Kyoto per la sua scoperta, considerata una delle più importanti degli ultimi anni, in quanto rende possibili cure che non determinano reazioni di rigetto, aprendo nuove strade alle terapie con staminali. Si tratta di un riconoscimento prestigioso, assegnato dalla Fondazione Inamori.
Si è appena concluso uno studio partito 10 anni fa grazie alla collaborazione fra l’Ospedale San Gerardo di Monza e la Clinica odontoiatrica dell’Università di Milano-Bicocca sull’impiego di staminali nella rigenerazione di tessuto osseo perduto nella malattia parodontale, nota come piorrea, una delle cause più frequenti della perdita dei denti negli adulti. Ma come si è svolta la sperimentazione? Ai pazienti è stata prelevata una piccola quantità’ di midollo osseo, dal quale sono state isolate le staminali adulte, fatte poi crescere in laboratorio su un’impalcatura tridimensionale di collagene. Le staminali inserite poi a livello dei difetti ossei del paziente, hanno ricreato in pochi mesi l’osso. L’equipe, diretta dal professor Marco Baldoni, direttore della Clinica, ha già eseguito sette interventi sull’uomo e i risultati preliminari indicano una buona rigenerazione ossea, anche se per ora le metodiche tradizionali restano comunque necessarie.
Per dare una panoramica completa sugli orientamenti della bioetica, ECSEL(European Centre for Science, Ethics and Law) e MolecularLab.it (il sito sull’ingegneria genetica e biomolecolare) organizzano “La via italiana alla bioetica venti anni dopo (ovvero tutto quello che avreste voluto sapere…)”, un convegno online interattivo che si terrà a Roma, il 7 luglio 2010, alla Sala delle Conferenze di Piazza Montecitorio. Il programma prevede anche interventi sulle cellule staminali, adulte, embrionali, ma anche iPS (staminali pluripotenti indotte), che hanno aperto un fronte di ricerca nuovo. Ne parlerà la professoressa Elena Cattaneo, Direttore del Centro di ricerca sulle cellule staminali (UniStem) dell’Università degli Studi di Milano, già vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. “Oltre alle staminali adulte, - spiega la Cattaneo- esistono le cellule staminali embrionali (ES), che possono essere estratte e moltiplicate in laboratorio. La ricerca è interessata a capire i segreti della loro capacità di dare origine agli oltre 200 tipi di cellule specializzate che compongono l’organismo. Una cellula ES umana può trasformarsi in neuroni o in cellule del cuore, come nessun’altra staminale sa fare. Dieci anni di ricerca su queste cellule ES hanno anche prodotto le capacità di avere in laboratorio una terza staminale, dai tratti sorprendenti: la cellula iPS (da staminale pluripotente indotta). Anche se le cellule iPS sembrano avere tratti distintivi dalle cellule ES, esse hanno aperto un fronte di ricerca inimmaginabile in precedenza. Ma c’è un altro fronte, al di fuori dei laboratori. Esistono, infatti, posizioni contrarie alla ricerca sulle cellule staminali embrionali umane (sull’embrione allo stadio di 200 cellule), che nascono da considerazioni morali, filosofiche e religiose varie e che considerano in modo discorde l’obbligo morale di “conoscere per potere sperare”. Per saperne di più e fare domande sul dibattito bioetico condotto in Italia e sull’etica delle staminali, basta consultare il sito. La partecipazione è libera e per confermare la presenza bisogna inviare una email all’indirizzo: cattedrajeanmonnet@uniroma1.it.
Una guida online per orientarsi nel modo giusto e saperne di più sulle cure con le cellule staminali, prima di prendere qualsiasi decisione: a metterla a punto sono stati i maggiori esperti della Società Internazionale per la Ricerca sulle Cellule staminali (Isscr). La guida si rivolge direttamente ai pazienti, alle loro famiglie e ai medici e fornisce tutte le informazioni utili per prendere le decisioni sulle terapie. Si tratta di una risposta al numero sempre crescente di campagne che, soprattutto su Internet, offrono terapie basate sulle staminali a costi elevati. Ma quanti di questi trattamenti sono sicuri ed efficaci? L’indirizzo è accessibile al sito www.closerlookatstemcells.org.
Uno studio tutto italiano apre speranze per nuove cure contro il diabete. A illustrarne i risultati sono stati alcuni ricercatori coordinati da Carla Giordano, Professore Associato di Endocrinologia all’Università di Palermo, durante il XXIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Diabetologia, organizzato a Padova. Secondo l’equipe, proprio negli occhi, in particolare nel limbus, una zona dell’occhio fra congiuntiva e cornea, facilmente accessibile con un piccolo intervento, si trovano cellule staminali adulte capaci di essere riprogrammate per diventare beta-cellule, le cellule del pancreas produttrici di insulina, che non funzionano nelle persone con diabete di tipo uno, ma con il tempo anche nel diabete di tipo due. La popolazione di cellule staminali adulte individuate rappresenta una buona fonte di beta-cellule e non crea i problemi etici e tecnici relativi all’uso di staminali embrionali. La ricerca è ancora in fase sperimentale, ma la prospettiva futura è quella di prelevare le staminali dal paziente stesso, farle crescere e differenziare in laboratorio e poi reinserirle una volta trasformate in beta-cellule. La ricerca di fonti alternative di staminali è partita proprio a causa dei risultati scarsi ottenuti finora con il trapianto di isole pancreatiche: i donatori sono pochi e le «insulae» vivono poco.
Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Circulation Research”, condotta alla Keio University School of Medicine di Tokio, le cellule staminali mesenchimali ricavate dal sacco amniotico (in particolare dalla membrana, la parte più interna) sarebbero in grado di riparare le pareti cardiache danneggiate (per esempio, da un infarto) in modo più efficace rispetto a quelle prelevate dal midollo osseo o dal grasso. I ricercatori, che hanno lavorato su animali di laboratorio infartuati, ricostruendo in parte la struttura cardiaca con staminali prelevate dalla membrana amniotica, hanno dimostrato che un terzo di queste cellule è poi funzionante. Una volta iniettate le cellule cardiache in cavie, è stato verificato un miglioramento della funzione cardiaca e una riduzione dell’area danneggiata. I topo non trattati con le staminali mostravano un minore funzionamento del muscolo cardiaco.
Presto al via la prima sperimentazione sull’uomo con cellule staminali del midollo osseo (mesenchimali) nella cura della sclerosi multipla. Lo studio, che partirà dall’Italia e coinvolgerà circa 20 Paesi, si avvale di finanziamenti internazionali, fra cui quello dell’Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), che attraverso la propria fondazione sosterrà economicamente i ricercatori. La sperimentazione è coordinata per l’Europa da Antonio Uccelli, del Dipartimento di Neurologia dell’università di Genova e per il Nord America dal canadese Mark Friedman, dell’università di Ottawa e coinvolgerà circa 150 pazienti nel mondo (20 o 30 in Italia), affetti dalla malattia attiva, ma non in fase avanzata, nei quali le cure tradizionali non hanno dato risultati.