Nel 2008, sono stati in Italia 11,500 i genitori che hanno deciso di affidare a una biobanca straniera le cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale del proprio bambino alla nascita. In Spagna si è arrivati a più di 25000, oltre il doppio rispetto al 2007. Per molte coppie, la spesa sostenuta per conservare le cellule staminali è un investimento per garantire qualcosa che non ha un prezzo: la salute del proprio figlio, per combattere in futuro, se necessario, malattie come leucemie, linfomi, patologie del sistema immunitario e, se le ricerche lo confermeranno, anche sclerosi multipla, diabete e Parkinson.
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Si svolgerà il 27 marzo prossimo una giornata della scienza dedicata gli studenti delle scuole superiori dal titolo “Il lungo e affascinante viaggio della ricerca sulle cellule staminali”. L’incontro, organizzato dall’Università di Milano, vuole essere l’occasione per l’apprendimento, la scoperta e il confronto su queste cellule che negli ultimi anni hanno dimostrato di avere potenzialità enormi nella cura di diverse malattie. L’evento è promosso da Unistem , il centro di ricerca sulle cellule staminali dell’ateneo milanese fondato nel 2006.
La ricerca sulle cellule staminali embrionali deve continuare: è l’appello dell’europarlamentare radicale Marco Cappato, segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, perché renda possibile in Italia la ricerca in questo settore. Secondo Cappato ”ogni giorno che passa nel nostro Paese senza che si investa su questo tipo di ricerca è un giorno di ritardo nella strada lunga e difficile per la scoperta di cure. In particolare, la ricerca sulle staminali sarebbe possibile anche in Italia, visto che la legge 40 vieta sì la distruzione di embrioni a fini di ricerca, ma non la ricerca su linee cellulari embrionali già estratte all’estero. Purtroppo, questa ricerca in Italia è bloccata sul piano dei finanziamenti”. Cappato ha invitato Sacconi a partecipare al secondo congresso mondiale per la liberta’ di ricerca scientifica, in programma dal 5 al 7 marzo al Parlamento Europeo a Bruxelles. La prima edizione, organizzata a Roma nel 2006 si concluse con l’adozione di una dichiarazione che definiva la libertà di ricerca scientifica come un “requisito per la democrazia, un diritto civile e politico ed una delle più importanti garanzie per la salute e il benessere dell’uomo, nella misura in cui non reca danno ad altri”. Il successo del Congresso contribuì a rendere possibile anche il finanziamento da parte della Commissione europea di progetti di ricerca basati su cellule staminali embrionali.
Autotrapianto di cellule staminali del midollo osseo per combattere la sclerosi multipla: a dimostrarne la possibilità è uno studio clinico ancora in fase iniziale condotto su 21 pazienti, i cui risultati sono online sulla rivista scientifica Lancet Neurology.
Il team di ricercatori della Northwestern University School of Medicine di Chicago ha sottoposto 21 pazienti giovani, che non rispondevano alla cura con interferone-beta, al trapianto autologo di cellule staminali. La tecnica consiste nel rimuovere i linfociti che aggrediscono il sistema immunitario e danneggiano il sistema nervoso centrale e nel ricostituire il sistema immunitario con cellule staminali emopoietiche prelevate dal midollo osseo del paziente stesso. Tutti i malati a tre anni dall’autotrapianto di staminali sono migliorati e l’81% ha avuto evidenti progressi misurati dalla scala di disabilità. Si tratta di uno studio iniziale, ma i risultati sono incoraggianti e aprono la strada a nuovi scenari terapeutici.
La sclerosi multipla è una malattia autoimmune cronica del sistema nervoso centrale progressivamente invalidante. Il suo decorso è diverso da persona a persona, così come i sintomi, che possono avere caratteristiche molto differenti.
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Salsabil, una bambina palestinese e Adbul Rahim, di origine pakistana, sono due dei piccoli pazienti, costretti da sempre a vivere in un ambiente sterile per la seria compromissione del loro sistema immunitario, che li rendeva vulnerabili anche a germi innocui e guariti grazie alla terapia genica e alle cellule staminali. Erano affetti da immunodeficienza combinata grave (SCID) da deficit di adenosin deaminasi (ADA), un enzima essenziale per la maturazione e il funzionamento dei linfociti, nota anche come sindrome dei “bubble babies”, “bimbi in bolla”. La terapia messa a punto all’Istituto San Raffaele -Telethon di Milano per la terapia genica (HSR-TIGET) dalla professoressa Maria Grazia Roncarolo e Alessandro Aiuti, ha permesso loro di tornare a una vita normale. I risultati della ricerca, iniziata nel 2000, sono pubblicati sul numero di gennaio della rivista New England Journal of Medicine.
Prima della terapia genica, due erano le soluzioni: il trapianto di midollo osseo, non sempre realizzabile o la somministrazione di un farmaco a base della sostanza mancante.
Il lavoro dei ricercatori dell’HSR – TIGET ha dimostrato che basta una sola infusione di cellule staminali del midollo osseo, corrette con la terapia genica (attraverso l’inserimento in laboratorio di una copia sana del gene ADA, utilizzando un vettore retrovirale per il trasporto nei cromosomi delle cellule malate), per ripristinare nei bambini un sistema immunitario funzionante. Dopo l’infusione delle cellule staminali corrette, queste hanno ripopolato il midollo osseo, iniziando a produrre cellule del sangue contenenti l’enzima ADA normale.
I risultati aprono la strada alla terapia genica con cellule staminali per altre forme di immunodeficienze ereditarie.
Nell’ultimo anno oltre 10 mila mamme hanno deciso di conservare in una biobanca estera il sangue ombelicale del proprio bambino (visto che in Itala è vietato la conservazione autologa per uso personale).
Tra queste, anche due mamme famose, Stefania Rocca e Ambra Angiolini, che hanno capito, come tante altre, l’importanza di fare la scorta di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale alla nascita, che potrebbero in futuro rivelarsi utili se il bambino dovesse avere una malattia grave, come la leucemia e la talassemia.
Il dibattito sulla reale utilità di questa scelta, tra sostenitori e oppositori, continua però ad essere acceso da anni. Arsenio Spinillo, direttore dell’Unità operativa di ginecologia e ostetricia dell’Ospedale San Matteo di Pavia, sostiene che la cura con cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale del neonato riguardi solo le persone meglio informate e le più abbienti, ma soprattutto è convinto che le probabilità di poter utilizzare queste cellule per sé o i familiari siano in realtà bassissime (solo una persona su 20 mila e nei primi 20 anni di vita può averne bisogno, secondo stime recenti) e comunque sia molto più utile donare il sangue ombelicale alle banche pubbliche, dove viene messo a disposizione di tutti. I sostenitori di questa procedura affermano invece che i criteri di selezione delle banche pubbliche sono troppo rigorosi (non sono accettate sacche placentari troppo piccole), mentre nelle banche private si possono conservare anche piccole quantità di cellule staminali inferiori agli standard, che comunque potrebbero essere sufficienti a salvare una vita.
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L’FDA, l’ente americano per il controllo dei farmaci, ha dato il via libera alla prima sperimentazione nel mondo con cellule staminali embrionali per trattare alcuni pazienti con paralisi, dovuta a lesioni del midollo spinale. Le speranze alimentate dal nuovo presidente degli Stati Uniti Obama sul fronte della ricerca, e ribadite durante il suo discorso inaugurale e in un’intervista alla CNN, potrebbero quindi diventare presto realtà. L’autorizzazione a procedere è stata data alla Geron Corporation, azienda californiana leader del bio-tech, che inizierà a trattare entro l’estate circa 10 pazienti con lesioni spinali gravi per valutare in prima battuta la sicurezza della terapia. L’impianto di cellule staminali dovrebbe funzionare una settimana o due dal trauma che ha provocato la paralisi, mentre è del tutto inefficace in pazienti con paralisi già consolidata . Il successo della sperimentazione potrebbe rappresentare in futuro una prospettiva terapeutica per migliaia di pazienti, che al momento hanno pochissime possibilità di cura, ma certamente non prima di 3 o 5 anni.
E’ un risultato incoraggiante, se si pensa che, pur essendo un paese tra i più avanzati in tema di ricerca sulle cellule staminali, gli Stati Uniti hanno ancora barriere etiche in tema di cellule staminali embrionali, che invece non esistono per le staminali adulte, per le quali ci sono da tempo programmi avanzati di ricerca e finanziamenti pubblici importanti. Per le cellule staminali embrionali i finanziamenti sono quindi necessariamente privati, ma Obama, a differenza del suo predecessore Bush, è favorevole alla ricerca su queste cellule e alla riapertura del finanziamento federale.
Fonte Times
Partirà a breve in Inghilterra la prima sperimentazione clinica con cellule staminali (estratte da feti abortiti) per il trattamento delle lesioni cerebrali causate dall’ictus. Lo ha annunciato la BBC e la sperimentazione, che partirà a metà del 2009, sarà condotta al Southern General Hospital di Glasgow dalla dottoressa Keith Muir, coinvolgendo per due anni 4 gruppi di 3 pazienti. Prevede l’impianto di cellule staminali fetali nelle aree cerebrali danneggiate dall’ictus per verificare se le cellule riescono a rigenerare i neuroni, inizialmente con una dose bassa di due milioni di cellule poi fino a 20 milioni. Due anni fa la stessa compagnia, che ha sviluppato le cellule a partire dalle staminali di feti abortiti, la ReNeuron Group aveva già tentato la sperimentazione negli Stati Uniti due anni fa, ma non ottenne il via libera dalla FDA. A dare invece il consenso in Gran Bretagna è stata la Medicines and Healthcare Products Regulatory Agency.
Fonte MolecularLab.it
La degenerazione dei fotorecettori della retina è una delle cause più frequenti di cecità, sia nelle malattie congenite che in quelle legate all’età, come la degenerazione maculare senile, prima causa di perdita della vista negli anziani. L’impianto di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale potrebbe rappresentare una scorta di cellule specializzate, i fotorecettori, in grado di riparare la retina, portando a un recupero della vista. A suggerirlo sono i risultati di una sperimentazione condotta sui topi da Deepak Lamba, Juliane Gust e Thomas Reh, ricercatori del Dipartimento di strutture biologiche dell’Università di Washington a Seattle, pubblicati sulla rivista internazionale Cell Stem Cell. Lo stesso gruppo di ricerca aveva già dimostrato in precedenza la possibilità di ottenere cellule della retina da cellule staminali embrionali, ma ora è stato fatto un ulteriore passo in avanti, dimostrando che le cellule staminali iniettate per via intraoculare possono addirittura migrare nella retina del topo, arrivando a differenziarsi, sotto opportuni stimoli, in coni e bastoncelli, i fotorecettori retinici. Ma come si è svolta da un punto di vista pratico la sperimentazione? Le cellule staminali embrionali sono state trasferite su roditori in cui è stata riprodotta una malattia della retina, l’amaurosi congenita di Leber, ripristinando negli animali la capacità di percepire la luce. Certo, per ora è solo una speranza, ma se la sperimentazione funzionerà anche sull’uomo, potrebbe in futuro diventare una realtà terapeutica.
Aumentare la raccolta di cellule staminali da cordone ombelicale: è il suggerimento degli esperti del settore per curare in Italia tanti bambini malati di leucemia o talassemia. Le cifre parlano chiaro: ogni anno nascono 500 mila bambini, ma le raccolte di sangue cordonale arrivano appena a 20.000. Due decenni di ricerche hanno dimostrato che il sangue cordonale è una fonte potenziale importante di cellule staminali del sangue, in grado di riportare alla normalità i valori ematici alterati nei malati di leucemie, linfomi, mielodisplasie, anemie e immunodeficienze. A sostenere la necessità di aumentare i prelievi è stato Paolo Rebulla, Direttore del Centro Trasfusionale e Immunologia dei Trapianti dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e responsabile della Milano Cord Blood Bank, attiva dal ‘93 per il prelievo, la conservazione e la distribuzione del sangue placentare destinato ai trapianti, in occasione del convegno dell’Università di Milano- Bicocca dal titolo “Cellule staminali adulte: applicazioni terapeutiche e prospettive di ricerca», organizzato lo scorso dicembre in vista dell’assegnazione del premio Sapio 2008 per la ricerca italiana. Rebulla ha ribadito la necessità di fare sempre un bilancio attento, in quanto all’aumento delle unità stoccate (e dunque dei costi per il prelievo e la conservazione dei campioni in contenitori di azoto liquido) deve corrispondere un aumento dei benefici terapeutici uguale, se non superiore. Gli studi internazionali condotti finora dimostrano che triplicando le scorte, le possibilità di cura, e quindi di trovare un donatore compatibile, salgono al 90 per cento per i pazienti di razza caucasica e al 50-60 per cento per i gruppi etnici differenti.
Le 17 banche pubbliche italiane del sangue placentare, regolamentate dalla legge che disciplina anche le trasfusioni di sangue (n° 219/2005), potrebbero esportarne una quantità maggiore, coprendo con il ricavato la maggior parte delle spese.
Fonte Aduc