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Una ricerca condotta da ricercatori dell’Università di Tel Aviv e pubblicata sulla rivista scientifica Stem Cell, apre nuovi orizzonti per la ricerca sulle staminali e per la cura di malattie neurodegenerative, autoimmuni, cardiache, così come per il diabete. La mucosa orale, la membrana che riveste la bocca, conterrebbe infatti cellule staminali, che potrebbero rappresentare una valida alternativa alle staminali embrionali. Il team, coordinato da Pitaru, ha dimostrato nella ricerca come da un unico frammento di pochi millimetri sia possibile ottenere un trilione circa di staminali, con caratteristiche simili a quelle embrionali e che, a differenza di quelle provenienti da un tessuto adulto, non perdono flessibilità. Il loro utilizzo, secondo i ricercatori, eliminerebbe i problemi etici legati all’uso delle staminali embrionali e quelli dovuti all’invecchiamento delle staminali adulte.
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Le cellule staminali ottenute da cellule adulte (le cosiddette iPSC, o staminali pluripotenti indotte) offrono prospettive simili, se non maggiori rispetto alle staminali embrionali nella cura del diabete di tipo I. A dimostrarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Cell Stem Cell, coordinato da Shimon Efrat dell’Universita’ di Tel Aviv, che ha evidenziato come che le ‘iPSC derivate dalle cellule beta umane (le cellule del pancreas produttrici di insulina e danneggiate nei diabetici) conservano una memoria di quello che erano una volta. Grazie a questo “ricordo” le cellule si differenzino in modo piu’ efficiente in cellule produttrici di insulina.
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La carne potrebbe in futuro crescere in laboratorio: a prometterlo è un gruppo di ricercatori olandesi dell’Università di Maastricht, nei Paesi Bassi, che sta facendo crescere un tessuto muscolare sintetico, simile alla carne, partendo da cellule staminali di suini e lasciate moltiplicare. Il risultato per ora sono sottili striscioline di carne artificiale dal colore pallido per l’assenza di sangue e di mioglobina. Questo sistema, chiamato “carne in vitro”, permetterà di avere carne sufficiente senza macellare bestiame, se entro il 2050, l’aumento della popolazione sarà tale da rendere insufficiente la produzione di carne con i metodi tradizionali. I ricercatori potrebbero produrre il primo hamburger artificiale, per ora dai costi proibitivi, entro un anno.
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Produrre in laboratorio neuroni dopaminergici deteriorati nella malattia di Parkinson a partire dalle cellule della pelle, senza passaggi intermedi: è il risultato di uno studio condotto all’Istituto scientifico Universitario San Raffaele di Milano, pubblicato online sulla rivista Nature. La tecnica si basa sulla conversione diretta dei fibroblasti in neuroni dopaminergici indotti, chiamati ‘iDA’ (senza passare attraverso lo stadio di cellule staminali pluripotenti indotte), attraverso l’attivazione di 3 geni. Fino ad oggi l’unica fonte di neuroni utilizzabile è stata quella da tessuti embrionali, che presenta diversi inconvenienti, tra cui le polemiche che ruotano intorno al loro impiego, la ridotta disponibilità, l’esistenza di rischi potenziali. Come si legge sulla rivista italiana “Le Scienze”, secondo Vania Broccoli, coordinatore dello studio e direttore nell’Unità di Cellule Staminali e Neurogenesi, i neuroni iDA presentano importanti vantaggi, come quello di poter essere prodotti dal paziente stesso, in maniera riproducibile, in un tempo relativamente breve e senza nessun rischio di tumori. Solo i prossimi studi della malattia di Parkinson su animali verificheranno però se i neuroni iDA possono diventare davvero una fonte adatta per questo tipo di utilizzo in clinica.
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Rivelare in modo non invasivo il sesso del nascituro ed eventuali anomalie genetiche: è possibile con il prelievo e l’analisi del sangue eseguito sulla mamma quando il feto è ancora nel pancione, attendibile nel 95 per cento dei casi già alla settima settimana e nel 99 per cento alla ventesima, quando la quantità di Dna fetale in circolo sarà maggiore. A confermarlo è un ampio studio appena pubblicato su Journal of American Medical Association, Jama. Il test individua nel sangue della gestante le tracce di Dna del feto, alla ricerca di tracce genetiche appartenenti al cromosoma maschile Y. Secondo Stephanie Devaney, del National Institute of Health di Bethesda, coordinatrice della ricerca, la procedura ha diversi vantaggi: rispetto all’ecografia morfologica può essere fatto prima ed è molto più affidabile, e contrariamente all’amniocentesi non è invasivo, quindi le probabilità di perdere il bambino sono nulle, pur consentendo di individuare in anticipo eventuali anomalie cromosomiche.I ricercatori ritengono che il test del Dna fetale libero rappresenti un‘alternativa all’analisi citogenetica, oggi ritenuta il “gold” standard per capire se il bimbo sarà maschio o femmina e se sarà affetto da malattie genetiche. Il test è già usato in alcuni paesi tra cui Olanda e Gran Bretagna, ma è la prima volta che viene condotto uno studio su grossa scala per valutarne la reale validità. L’attendibilità del test del sangue è stata verificata analizzando i dati di 57 studi condotti per validarne l’efficacia come test alternativo all’amniocentesi o all’ecografia, per un totale di 6.500 diverse gravidanze. Si tratta dell’unico metodo non invasivo considerato efficace, mentre quelli delle urine si sono dimostrati inattendibili.
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L’inquinamento potrebbe essere un nemico anche per le cellule staminali. A sospettarlo, illustrando le ultime ricerche sui pericoli dell’inquinamento all’AgenParl, la più antica Agenzia di Stampa Parlamentare in Italia, è stato il dottor Paolo Di Nardo, cardiologo e docente dell’Università di Roma Tor Vergata. Di Nardo, che dirige a Tor Vergata un laboratorio sulle staminali, sta mettendo a punto con il suo gruppo di ricerca un modello sulla capacità delle staminali di incorporare nanoparticelle, per verificare come si comporta questa cellula di fronte “pulviscolo”.
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E’ frutto del lavoro dei ricercatori dell’University of Science di Tokyo (Giappone), che hanno pubblicato i risultati della sperimentazione sulla rivista scientifica PLoS ONE (Public Library of Science): un dente artificiale completo, sensibile al dolore e in grado di masticare, un organo biotech da trapiantare, è stato realizzato in laboratorio, ma ci vorranno almeno 10 anni perché questa possibilità si trasformi in pratica clinica. Il dente, ottenuto grazie a cellule staminali prelevate dai molari dei topi, è stato impiantato in una cavità della mascella inferiore del roditore ed era perfettamente funzionale.
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Iniettare cellule staminali nel cuore per curare quella forma di angina pectoris resistente alle cure standard, cioè ai farmaci anti-ischemici e agli interventi di rivascolarizzazione coronarica (angioplastica o by-pass): a dimostrare l’efficacia della metodica è stata una sperimentazione condotta da Douglas Losordo, della Northwestern University di Chicago, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Circulation Research: Journal of the American Heart Association.Gli autori hanno trattato pazienti con angina refrattaria, iniettando nel loro cuore attraverso un catetere cellule staminali del sangue ‘CD34+’, isolate con un prelievo (cellule che hanno il compito di formare nuovi vasi sanguigni). Controllati a 6 e a 12 mesi, i pazienti trattati sono migliorati rispetto al gruppo a cui era stato dato placebo. Se i risultati saranno confermati, la cura con queste cellule potrebbe essere sottoposta al vaglio della FDA, l’organo regolatore dei farmaci negli Stati Uniti.
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Delle sue enormi potenzialità si parla in uno studio pubblicato sulla rivista Cell Stem Cell, condotto dai biologi della Case Western Reserve University di Cleveland, coordinati da Arnold Caplan. Questo particolare tipo di cellula, che si trova sulla parete dei vasi sanguigni, è studiata da gruppi di ricerca in tutto il mondo per le sue capacità rigenerative, quindi per ricostruire in laboratorio organi interi da sostituire a quelli malati. Secondo gli autori, la cellula staminale mesenchimale è paragonabile a una farmacia, che fornisce tutti i rimedi necessari alla rigenerazione, lavorando proprio dove si è verificato il danno, rilasciando molecole che controllano la risposta immunitaria e sostanze che favoriscono un microambiente idoneo alla rigenerazione. Non mancano a riguardo le conferme in letteratura dell’utilità di queste cellule in malattie come infarto, ictus, artrite e diabete giovanile.
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Un tipo di cellula staminale ematopoietica umana, capace di auto-rinnovarsi e di rigenerare continuamente e a lungo termine le cellule del sangue, è stata isolata per la prima volta in Canada da un gruppo di ricercatori coordinato da Faiyaz Notta dell’Istituto per le ricerche sul cancro Campbell Family Institute, dell’Ontario Cancer Institute e dell’Università di Toronto. I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Science, aprono nuove prospettive in medicina rigenerativa, in particolare alla possibilità di produrre quantità di cellule staminali ematopoietiche, sufficiente per l’impiego nella cura di alcune malattie. In pratica, grazie a un metodo che seleziona e purifica milioni di cellule del sangue, è stata isolata una singola cellula, che produce ( e non solo per brevi periodi) tutte le cellule adulte del sistema sanguigno.
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Un ottobre romano all’insegna della ricerca scientifica e dei risultati sul trapianto di staminali del cordone ombelicale:la capitale ospiterà dal 26 al 29 ottobre il III° Congresso Mondiale sul trapianto di sangue cordonale, presieduto da Eliane Gluckman. L’evento, a cui parteciperanno i maggiori esperti mondiali del settore, prevede sessioni scientifice sulla conservazione del sangue cordonale nelle banche, sui metodi per rendere più efficaci i trapianti e sui problemi immunologici, e sul confronto con altre fonti di cellule staminali.
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Cellule staminali protagoniste all’Ottavo Congresso Mondiale sulle Neuroscienze, IBRO, terminato il 18 luglio: tra controversie etiche e religiose, la ricerca deve necessariamente andare avanti. Tra i temi trattati, l’uso di cellule staminali per combattere le lesioni al midollo spinale e alcune patologie tumorali, il tema delicato delle cellule staminali embrionali, i risultati raggiunti dalla ricerca scientifica. Una distinzione è fondamentale, secondo gli esperti: quella tra cellule staminali totipotenti, come quelle presenti nella morula, in grado di dare vita ad ogni tipo di cellula, comprese quelle degli annessi embrionali, e le altre cellule staminali che non hanno tutte queste specifiche potenzialità.
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E’ la prima banca pubblica no-profit per conservare le staminali della polpa dei denti, in particolare i dentini da latte persi a 8 anni, con una metodica innovativa di crioconservazione: a progettarla è stato un gruppo di medici e ricercatori del Policlinico di Milano, che studiano queste preziose cellule contenute nella polpa dentale per verificarne le possibili applicazioni future. Le staminali della polpa dentale, congelate, potrebbero essere poi recuperate in un secondo tempo, quando potrebbero servire, magari per creare “protesi naturali”, oppure per formare nuovi tessuti. Si tratta del primo esempio in Italia di bancaggio italiano di denti interi, dal momento che in altri centri le staminali della polpa dentale sono bancate solo dopo essere state estratte. Il Progetto, denominato anche “ Banca del Sorriso”, è stato promosso da Ferruccio Bonino (direttore scientifico “Centro per l’Uso Clinico delle Cellule Staminali”, Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana), Paolo Rebulla (direttore UO Medicina trasfusionale, Terapia cellulare e Criobiologia, Fondazione Ca’ Grande Policlinico), e Franco Santoro (direttore della Clinica Odontoiatrica, Università degli Studi di Milano). Nasce dalla consapevolezza che le staminali derivate dalla polpa dentale hanno una capacità proliferativa elevata e una plasticità cellulare non indifferente, confermata anche da uno studio giapponese pubblicato su PNAS nel 2009,che ha dimostrato sull’animale la possibilità di creare un dente perfettamente funzionante a partire dalle staminali. Il progetto prevede, in questa prima fase, la raccolta, il bancaggio e lo studio delle staminali della polpa dentale, mentre gli sviluppi futuri della ricerca mirano invece a ricreare un dente completo.
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Applicazioni cliniche della scienza sulle staminali, considerazioni etiche della medicina rigenerativa e implicazioni culturali, inclusi l’impatto socio-culturale: sono questi i temi fondamentali del prossimo Convegno Internazionale dal titolo «Cellule staminali adulte: la scienza e il futuro dell’uomo e della cultura», in programma in Vaticano il prossimo novembre 2011, che farà il punto sui possibili usi terapeutici delle staminali adulte e sugli sviluppi della medicina rigenerativa, valutandone anche gli impatti culturali. La ricerca sulle staminali offre infatti enormi potenzialità, ma nello stesso tempo pone importanti interrogativi di tipo filosofico e teologico. Intervistato dall’Osservatore Romano, Tomasz Trafny, direttore del Dipartimento Scienza e fede del Pontificio Consiglio della Cultura, fa alcune riflessioni di bioetica, sottolineando che la Chiesa, accusata spesso di oscurantismo per la condanna sull’uso delle staminali embrionali, va in realtà avanti, pur non rinunciando alla propria identità e missione.
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Gli estrogeni, avrebbero un ruolo importante sulla moltiplicazione delle cellule staminali mesenchimali del midollo osseo: lo hanno dimostrato, per ora sui topi, i ricercatori del Dipartimento di Biologia Molecolare e Genetica dell’Università di Bilkent di Ankara. Il team, coordinato dal biologo molecolare Kamil Can Akçali, è riuscito a stimolare in laboratorio la produzione di cellule staminali mesenchimali da parte del midollo osseo, attraverso la somministrazione di ormoni femminili. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Stem Cell Reviews and Reports. Le cellule staminali mesenchimali, localizzate soprattutto nel midollo osseo, hanno il compito di rinnovare tessuti diversi, come quello adiposo, osseo, cartilagineo, muscolare e cardiaco e sono in grado di migrare verso siti danneggiati, differenziandosi. Potrebbero rappresentare un’alternativa promettente alle staminali embrionali, ma in vivo sono poche. Per questo i ricercatori turchi hanno deciso di prelevare queste cellule multipotenti da femmine di topo, con e senza ovaie, e coltivarle poi in laboratorio in presenza di estrogeni.
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